Indice di Indice Generale

Indice Giornali Indice Giornali Articoli precedenti

Dal Quotidiano di Lecce di Martedì 28 Agosto 2001

«Sono innocente»

 Sciopero della fame per il pastore sardo

 

Si professa innocente, lo ha sempre detto. Ma ora che per lui le accuse si sono triplicate, ora che oltre alla strage della Grottella (6 dicembre '99) gli contestano altre due rapine (a Veglie, 2 novembre '99, e a San Pietro Vernotico, 26 novembre '99) Pierluigi Congiu, 26 anni, pastore di Villagrande Strisaili (Nuoro) trapiantatosi nel Salento, ha deciso di scioperare. Da qualche giorno rifiuta il cibo come segno di protesta contro accuse che ritiene infondate.

A chiamarlo in causa, oltre ad una serie di elementi (non ultimo il ritrovamento di una delle auto del commando nella masseria usata da Congiu come pascolo del bestiame), le dichiarazioni del boss Vito Di Emidio, che guidò tutti e tre gli assalti imputati anche a Congiu e ad altri accusati.

«Dovessi arrivare a finire su una sedia a rotelle perché privo di forze - ha detto il giovane al suo avvocato difensore Elvia Belmonte - andrò avanti per dimostrare che io con quei fatti non c'entro nulla».

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno e dal Quotidiano di Lecce di Lunedì 17 Settembre 2001

Gazzetta del Mezzogiorno

 

Strage della Grottella, questa mattina sesta udienza del processo in Corte d'Assise

Il Pentito Di Emidio oggi in aula

Oltre al suo, l'ex latitante ha tirato in ballo altri quattro nomi

Sesta udienza, questa mattina in Corte d'assise, del processo relativo alla strage della Grottella (6 dicembre '99) , in cui persero la vita tre guardie giurate dell'Istituto privato di vigilanza «Velialpol», di Veglie, ed altre tre restarono ferite.
Per quell'assalto che ai banditi fruttò un miliardo ed ottocento milioni, alla sbarra sono finiti i cugini sardi Pierluigi Congiu e Gianluigi Depau.
Ma mentre il processo era già in corso, il pentito della Sacra corona brindisina, Vito Di Emidio, il superlatitante catturato dopo sei anni di ricerche, quali autori della strage ha tirato in ballo altri quattro nomi. Oltre al suo, i nomi del monteronese Antonio Tarantini; di Pasquale Tanisi, di Ruffano, e dell'altro sardo trapiantato nel Salento, e più esattamente a Nociglia, Marcello Ladu (quest'ultimo è latitante).
Ebbene, oggi in aula, su richiesta dell'accusa, sostenuta dai pubblici ministeri Guglielmo Cataldi, della Direzione distrettuale antimafia, e Patrizia Ciccarese, assieme ai cugini Congiu e Depau, a meno di ripensamenti dell'ultimo momento, comparirà anche il collaboratore di giustizia.
Se Di Emidio confermerà o meno le accuse pesanti come macigni, che giusto in qualità di autori della strage - anche se al momento soltanto presunti -, ha aperto le porte del carcere anche a Tarantini e Tanisi, è quanto sarà possibile appurare questa mattina nell'aula della Corte d'assise.


Quotidiano di Lecce

 

Il boss in aula: parlerà della strage?

 

Vito Di Emidio comparirà per la prima volta in pubblico a quattro mesi dalla sua cattura: e stamattina, davanti ai giudici della Corte d'assise di Lecce, dove è in corso il processo per la strage della Grottella, dovrebbe interrompere quel silenzio dietro il quale si è barricato da oltre un mese e che di fatto ha interrotto la sua collaborazione con la procura distrettuale antimafia di Lecce. Secondo indiscrezioni, dopo i dissapori delle ultime settimane, legati al fatto che l'incolumità dei suoi familiari sarebbe stata messa a repentaglio da agguati sfumati per poco, l'ex latitante sarebbe intenzionato a riprendere la collaborazione. E dopo l'intenuzione dei rapporti con la procura di Lecce, già da questa mattina il discorso potrebbe riprendere proprio con le dichiarazioni nel processo per la strage della Grottella. Subito dopo la decisione di collaborare con la giustizia, Di Emidio raccontò ai magistrati leccesi con estrema precisione la dinamica della sanguinosa rapina  ai portavalori che portò all'uccisione di tre vigilantes:

 

«Antonio Tarantini conduceva il camion e aveva con sé una pistola e un kaiashnikov. Io ero a bordo dell'Alfa 164 con diverse armi tra cui kalashnikov, pistole e fucili; Ladu era a bordo della jeep armato di un kalashnikov e di una pistola; Pierluigi Congiu era sulla Saab con un kalashnikov e una pistola. Tanisi e il cognato di Gigi erano in macchina con me con altre armi. Eravamo forniti tutti di passamontagna: ricordo che avevamo portato dei giubbotti antiproiettile. Gigi doveva dare il segnale di quando sarebbero passati di là i blindati e doveva seguirli senza farsi notare. Dopo il segnale convenuto, siamo usciti con il camion, la jeep e la 164 e ci siamo trovati nella direzione opposta ai furgoni. Quando il primo furgone è giunto a tiro, Antonio si è lanciato contro con il camion rimanendo all'interno ed è sceso solo dopo lo scontro. Nel frattempo Gigi era dietro il secondo furgone e lo ha bloccato. A questo punto siamo scesi dai mezzi: Gigi ha iniziato a sparare contro le guardie e nella sua direzione sono accorsi anche Ladu, Tanisi, l'altro sardo e Antonio. Ricordo di avere visto una guardia più anziana già con il corpo schiacciato tra il cruscotto e il sedile. A un certo punto ho sentito esplodere la bomba predisposta da Tanisi che era stata posizionata sul portellone dell'altro furgone (...)».

 

Le dichiarazioni di Di Emidio hanno portato finora a un solo blitz: quello che il 6 luglio scorso ha portato alla cattura di Pierluigi Congiu, Pasquale Tanisi e Antonio Tarantini. Un'ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa
per i medesimi, gravissimi, capi d'imputazione nei confronti di Marcello Ladu. Ma il sardo (che riuscì a fuggire la sera in cui venne catturato Di Emidio) è da tempo latitante.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno e dal Quotidiano di Lecce di Martedì 18 Settembre 2001

Gazzetta del Mezzogiorno

 

Clamorose rivelazioni dall'ex boss Vito Di Emidio. Un fiume in piena.

L'udienza riprenderà il 2 ottobre

I testimoni della strage della Grottella dovevano essere tutti ammazzati. Lo ha rivelato ieri mattina in Corte d'assise il pentito delle cosche del Brindisino, Vito Di Emidio , 34 anni, detto «bullone».
La clamorosa rilevazione è stata fatta dopo che il collaboratore di giustizia aveva già parlato per oltre due ore di fila, ricostruendo le fasi del sanguinoso assalto ai due furgoni portavalori della Velialpol, che il 6 dicembre di due anni fa costò la vita a tre guardie giurate (altrettante restarono ferite) ed ai feroci malviventi procurò invece un guadagno di quasi due miliardi di lire in contanti.
Due dei testimoni erano stati anche individuati: si tratta di un benzinaio di Galatina, e di un operaio di Copertino. Il nome e cognome di quest'ultimo per un certo periodo sono stati anche scambiati con quelli di un dipendente dello stesso istituto privato di vigilanza Velialpol, perché in tutto uguali.
Quanto al benzinaio di Galatina, il commando si mosse per ucciderlo, nella primavera dello scorso anno, ma nonostante che la sua abitazione, una casa sulla via per Gallipoli, fosse stata anche individuata, l'uomo non fu trovato e l'agguato venne rinviato.
A salvare sia lui che il copertinese, è poi intervenuto, lo scorso 28 di maggio, l'arresto di «bullone»; ma ancor prima, le diverse strade intraprese dai componenti il gruppo di fuoco che seminò morte e distruzione sulla Copertino-San Donato, all'altezza del Santuario della Grottella.
Il benzinaio di cui s'è detto, avrebbe visto in volto, la sera precedente la sanguinosa rapina, proprio Di Emidio, che nella Stazione di servizio da lui gestita, nei pressi dell'Aeroporto militare, si recò alla guida di una Lancia Thema per fare il pieno di benzina e per acquistarne altra in una lattina che il benzinaio però non aveva, e che per questo venne versata «in una busta trasparente, di colore giallino - ha specificato il pentito - di quelle moderne».
Quanto all'operaio di Copertino, si tratta del testimone che poco dopo la strage notò Di Emidio a bordo dell'Alfa 164 utilizzata per l'assalto, transitare nei pressi di Torre Lapillo, con a bordo uno o due complici banditi.
«Marcello Ladu (uno dei sei componenti il commando assassino) - ha detto Di Emidio -, aveva preparato un elenco dei testimoni da uccidere. Ricordo che per individuare quello di Copertino, o forse di Veglie, ora non ricordo bene, consultammo anche l'elenco telefonico, dove di nomi come il suo ce n'erano però più di uno».

  di t.b.


Quotidiano di Lecce

 

Quell'ultimo tentennamento di Bullone prima di entrare in aula e iniziare a parlare

 

Un attimo di ripensamento, un tentennamento prima dell'udienza, prima di quel salto in avanti, di quella svolta senza ritorno che sarebbe stata la testimonianza in aula: avesse taciuto e ritrattato tutto, il profluvio di parole "rilasciato" da "Bullone" e verbalizzato dagli investigatori
sarebbe stato utilizzato solo contro chi ne era stato protagonista, vale a dire lo stesso Vito Di Emidio. Confermato in aula, invece, sarebbe divenuto un macigno per imputati e indagati. Così è stato. Alla fine, infatti, Di Emidio s'è deciso e ha varcato la soglia dell'aula di Corte d'assise, dove i due pastori sardi sono imputati di rapina e omicidio e dove lui è comparso in veste di indagato di reato connesso, perché - come spiega il pm Guglielmo Cataldi - è accusato degli stessi reati contestati ai due imputati del processo e agli altri indagati poi finiti in cella dopo il suo pentimento, vale a dire Pasquale Tanisi, 38 anni, di Ruffano, e Antonio Tarantini, 27 anni, di Monteroni, o latitanti, come Marcello Ladu, 28 anni, originano di Villagrande Strisaili, lo stesso paese di Congiu e De Pau. Per evitare che il tentennamento si trasformasse in qualcosa di piu s'è mossa l'intera Direzione distrettuale antimafia. Poi, con più di un'ora di ritardo, Di Emidio è entrato in aula e, sotto lo sguardo del suo difensore, l'avvocato Alberto Chiriacò, ha cominciato a parlare.


«Dovevamo uccidere due testimoni»

 

Chissà se la latitanza prima o il pentimento poi, chissà cosa ha trasformato certo nell'immagine, e chissà quanto nella sostanza, Vito Di Emidio, 33 anni, brindisino di nascita, salentino quasi d'adozione a considerare gli ultimi tre anni trascorsi al di qua della linea di confine, soprattutto dalle parti di Nociglia, dove ha stabilito il suo quartier generale ospite di amici degli amici, e - soprattutto - a considerare le scorribande senza fine:  «Facevamo furti, rapine, omicidi», dice. Su evoluzioni del terzo tipo non tradisce emozioni. Tra rubare targhe e ammazzare persone nessuna differenza. Arriva in aula nel processo sulla strage di Copertino, in questo lunedi 17 ripresa (e punto di svolta) del dibattimento, che sembra il lontano parente di se stesso: almeno dieci chili in più sulle ultime foto ufficiali, capelli rasi a zero e cicatrice sulla tempia destra, residuo del rocambolesco arresto dopo l'inseguimento sulla Brindisi-San Donaci del 28 maggio tra
una pattuglia dei carabinieri e la sua Lancia Thema. Messi da parte i proponimenti di non proseguire la collaborazione
per timore di vendette verso i suoi
, "Bullone" parla davanti alla Corte d'assise presieduta da Elio Romano. Alla fine se
ne starà lì seduto, col microfono in mano, per tre ore, rispondendo alle domande dei tre pubblici ministeri, il procuratore aggiunto Cataldo Motta e i sostituti Guglielmo Cataldi e Patrizia Ciccarese, parlando quasi a mezza voce, italiano incerto. Un fare e uno sguardo che - Lombroso insegna - tradiscono le passioni coltivate fino all'altro ieri.
Il 2 ottobre la parola passerà agli avvocati Elvia Belmonte e Pasquale Ramazotti, difensori di Pierluigi Congiu (che Di Emidio chiamerà sempre «Gigi») e Gianluigi De Pau («il cognato di Gigi»), 26 anni entrambi, di Villagrande Strisaili, Nuoro, unici imputati per ora a giudizio di questo processo sull'assalto ai due furgoni della Velialpol. Sei dicembre 1999, tre vigilantes uccisi e tre feriti per una rapina da un miliardo e 800 milioni (un miliardo e 300 quelli lasciati sul campo) sulla Copertino-San Donato. Racconta gli attimi drammatici di quell'assalto e di quello precedente, quando il 2 novembre fu bloccato un primo furgone della Velialpol tra Veglie e Leverano (tre agenti feriti, un miliardo e 200 milioni il bottino). E rievoca la rapina a San Pietro Vernotico del 26 novembre alla gioielleria Valzano (ripulito il negozio, esplosi alcuni colpi di kalashnikov contro una pattuglia dei carabinieri). Parla delle sue basi d'appoggio a Ruffano, Casarano e Nociglia, appunto, e poi dice: «Avremmo dovuto completare l'opera uccidendo due testimoni della strage di Copertino, un benzinaio e un vigilante. Per il primo avevamo anche dato incarico a Pasquale Tanisi (l'amico di Ruffano, ndr) perché controllasse i movimenti di quel giovane di Galatina, residente in via Gallipoli e in servizio alla Q8, per scegliere il momento migliore in cui intervenire, sequestrandolo e interrogandolo per sapere cosa avesse detto agli investigatori e infine ucciderlo. Per il secondo, Giovanni Palma (superstite della Grottella e importante per un episodio della sera precedente, quando dice di aver visto uno dei sardi prima del furto del camion usato dai killer, ndr), avevamo consultato la guida telefonica, ma ce n'erano troppi". Non se ne è fatto nulla, né per l'uno né per l'altro. Ma non dice perché, Di Emidio: non in aula, non nei verbali degli interrogatori già resi.

«Sono stato latitante per 5 o sei anni. Mi ha ospitato Femando D'Aquino a Collepasso, l'ex fidanzata di Marcello Ladu a Minervino. Poi lo stesso Ladu mi ha trovato una casa a Nociglia, da Oronzo Campa e Antonietta Gnoni, dove sono stato per due anni e mezzo».

Nel frattempo conosce Tanisi, conosce Antonio Tarantini, giovane di Monteroni. E poi, tramite Ladu, i due pastori imputati del processo.

«Ladu ebbe l'idea dell'assalto ai portavalori. Io mi dichiarai d'accordo, anche se non avevo esperienza in quel campo. Tarantini diede il suo ok perché non aveva una lira. Io a Brindisi potevo contare su Vito Cavaliere, poi morto (ammazzato, ndr); così alla fine chiamai Fabio Maggio, mentre Ladu portò Gigi. Tarantini, tramite un vigilante di Monteroni, seppe qualcosa sul funzionamento dei furgoni. Ma quello poi s'insospettì e non gli disse più nulla».

L'assalto avvenne in anticipo sul programma: neppure il tempo di posizionarsi con i mezzi che Tarantini si scagliò con un camion sul blindato. «Non ho potuto far altro che mascherarmi con un paio di occhiali da sole», dice Di Emidio. Ad agire quei cinque; feriti i vigilantes Andrea Pati, Aldo Nuzzo e Augusto Tarantino. Poi i preparativi per il secondo assalto (in mezzo, la rapina alla gioielleria Valzano: «Non ricordo se contro i carabinieri sparò Gigi o Tarantini» -  Dice Di Emidio -  «Ho chiesto ai miei amici: perché non facciamo un'altra rapina? Tanto una volta che li blocchi, gli agenti scendono dai furgoni. Abbiamo sostituito Maggio, che nel primo assalto s'era dimostrato "ddormisciutu".  Al suo posto sono venuti Tanisi e il cognato di Gigi. Stavolta però Tarantini voleva un Camion più grande di quello usato il 2 novembre, perché allora s'era fatto male alla schiena o al sedere, non ricordo».

Vengono rubate un'Alfa 164 a Galatina e una Saab 9000 a Vignacastrisi, nascoste in un garage di Copertino «vicino alla masseria di Giuseppe Pagano, detto Banda» e in uso a Tarantini. E si cerca il camion, rubato poi a San Pancrazio Salentino.

La sera prima dell'assalto il rifornimento alla Q8 di Galatina: benzina nell'Alfa 164 e una tanica di carburante per il camion. «Ho scambiato qualche parola con il benzinaio»,  racconta "Bullone": è il giovane che consentirà agli investigatori di tracciare il primo identikit (che lo stesso dirà poi somigliare a un pregiudicato di Squinzano più che a Di Emidio) e che il boss ora pentito progetterà di far fuori insieme con il vigilante. Spiega il collaboratore: «Finiti sottoprocesso Gigi e il cognato, sapevamo tutto delle carte processuali perché Ladu si era procurato in qualche modo dai legali i documenti».

 

L'agguato: «Tarantini si è lanciato col camion sul primo blindato; Gigi, invece, sebbene gli avessi detto di lasciar perdere il secondo se questi avesse tentato una fuga,  ha bloccato l'altro furgone.  Io mi sono occupato del primo, portando via nove sacchi di denaro e caricandoli sull'Alfa 164. Tutti gli altri si sono lanciati sul secondo furgone. Ho sentito sparare colpi di Kalashnikov e fucile e poi esplodere la bomba, portata da Tanisi e confezionata con fil di ferro per agganciarla ad uno dei fori provocati dalle armi sulla fiancata del veicolo. Quando ho visto la carneficina che avevano fatto e che lì la cassaforte non s'era aperta ho detto di andar via. Con la radio sintonizzata sulle frequenze delle forze dell'ordine ho sentito che ci stavano cercando anche con gli elicotteri.  E, dopo aver lasciato le auto e i due pastori, ci siamo nascosti in un trullo fino a sera».

Il processo continua il 2 di ottobre. 

 

di Rosario Tornesello


Le famiglie delle vittime

Nessuno alla "prima" del pentito

A Veglie il dolore si fa silenzio

 

Ha parlato ieri in aula per la prima volta il super pentito della mafia salentina Vito Di Emidio, testimone chiave e autore lui stesso dell'efferato assalto ai due furgoni portavalori della Velialpol datato 6 dicembre '99, assalto che costò la vita alle tre guardie giurate di Veglie Raffaele Arnesano, Rodolfo Patera e Luigi Pulli. Una puntata per riconfermare vecchie e nuove accuse. In quell'aula di tribunale, però, ieri, mancava qualcuno. I parenti delle vittime, vittime a loro volta, hanno preferito non presenziare all'ennesima puntata di una storia che per loro è dolore.

«C'era il processo? Non lo sapevo», taglia corto Maria Conte, la giovane vedova di Patera. I1 tempo e gli sviluppi delle indagini non hanno piegato il suo corpicino esile nella volontà di dimenticare. Di leccarsi le ferite da sola, tra le mura di quella casetta al primo piano di via Bellini, con grande dignità. Dritta nei vestiti neri che ricordano il lutto, «devo pensare ai miei figli - ripete come in una litania - devo portarli a scuola. Rodolfo è morto». E mentre Di Emidio ricostruiva il puzzle della strage, con dovizia di macabri particolari, un'altra giornata scorreva lenta per Antonietta Casavecchia e Annapaola, vedova e orfana di Luigi Pulli. Per Daniela, 14 anni, la piccola di casa, invece, ieri era una giornata speciale, il primo giorno di scuola. «Non si sono mai recate in tribunale», chiarisce Gianni Pulli, figlio maggiore del vigilante, carabiniere in servizio a Firenze. «Mia madre si rivolge al nostro avvocato per sapere qualcosa - spiega - e poi che senso ha seguire un processo se dopo quasi due anni si continua ad andare avanti senza giungere mai ad una vera conclusione?» Ha saputo dello sciopero della fame cominciato qualche tempo fa da Pierluigi Congiu, uno dei due pastori sardi arrestati lo stesso giorno della strage. «Lo avrei lasciato morire», ribatte il giovane. Non ci sarà neanche la prossima volta, in aula, il carabiniere. «Devo spostarmi ogni volta da Firenze, e poi la gente lavora, la vita deve continuare», dice. Così Gino Arnesano, padre di Raffaele, e sua nuora, Romina Iacovelli. Manda avanti un tabacchino a Torre Lapillo, l'uomo. Evita il discorso, vive di ricordi.

 

di Fabiana Pacella


La grande paura del boss:

«Proteggete i miei familiari»

 

I1 killer più spietato che il Salento ricordi riesce a sprigionare persino un pizzico di umanità con quella cicatrice in fronte e la paura per la sorte dei suoi familiari, proprio lui che ha sulla coscienza una ventina di vedove e un nugolo di orfanelli. E così il Di Emidio-day si conclude con lui, il sanguinario "Bullone", che confessa al presidente della Corte d'assise di temere per l'incolumità dei propri familiari. In cima alla lista di chi medita vendetta nei confronti dei suoi congiunti ci sarebbe addirittura Salvatore Buccarella al quale di recente Di Emidio aveva ucciso il fido Pino Scarcia, lo stalliere di famiglia, l'ultima perla della carriera da killer del boss brindisino: lo prelevò da casa per interrogarlo (sospettava che i tuturanesi volessero tendergli un agguato) e visto che c'era lo ammazzò con una fucilata, gettandone poi il cadavere in una discarica. In realtà, pur non potendosi scartare un certo rancore da parte di Buccarella nei confronti del suo ex affiliato, è lecito pensare che Di Emidio guardi con una certa apprensione soprattutto ai suoi amici d'un tempo, quelli che orbitavano nel basso Salento e che già da ieri ha iniziato a inguaiare. «In effetti c'è in circolazione il latitante Marcello Ladu che potrebbe in qualche modo avere interesse a vendicarsi con Di Emidio», ammette il procuratore aggiunto Cataldo Motta. Proprio alcune settimane fa, i familiari dell'ex latitante hanno fatto pervenire alla procura distrettuale antimafia una missiva nella quale si richiede una maggiore protezione, dopo alcuni episodi allarmanti e l'arrivo in città di un plotone di leccesi e sardi intenzionati - secondo loro -a colpirli per mettere a tacere il pentito. In verità dopo quella richiesta d'aiuto sembra che il
dispositivo di sorveglianza a beneficio dei 17 congiunti di Di Emidio che sono rimasti a Brindisi (moglie e figli si trovano in una località protetta) sia stato potenziato. Ma per la protezione vera, quella assicurata dal programma approvato dal ministero, sarà necessario attendere ancora qualche giorno. La famiglia Di Emidio può essere considerata un vero e proprio clan in quanto gli altri fratelli dell'ex latitante, alcuni con precedenti penali, altri assolutamente incensurati, ma anche cognati e parenti di secondo grado, sin dal primo momento si sono affidati pienamente alle sue decisioni. Nel senso che ne hanno prima condiviso le azioni violente e la latitanza aiutandolo in ogni modo, decidendo poi di restare al suo fianco anche nel momento in cui ha deciso di collaborare
con la giustizia, mettendo di fatto a repentaglio la loro stessa incolumità. Anche in queste lunghe settimane in cui Di Emidio ha rifiutato di avere colloqui con i magistrati della Dda di Lecce, i suoi parenti hanno atteso le sue decisioni. Esaurito il capitolo-lecce, Di Emidio comparirà in aula molto presto anche a Brindisi per raccontare di omicidi, rapine e attentati estorsivi. La sua prima apparizione dovrebbe essere quella nel processo contro tre uomini del racket arrestati dopo un tentativo di estorsione ai danni del titolare di una concessionaria d'auto. Quei tre, secondo l'accusa, erano suoi uomini. I1 processo si svolgerà a Brindisi ma nel frattempo tutti attendono il primo blitz legato alle sue dichiarazioni.

 

di Gianmarco Di Napoli

 

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno e dal Quotidiano di Lecce di Mercoledì 19 Settembre 2001

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno

Il brindisino Vito Di Emidio ricostruisce alcune «notti di terrore» nel Leccese. Ieri mattina in Procura un «vertice» dopo le ultime rivelazioni

Intere famiglie sequestrate dai banditi. In sei portarono via un chilo d'oro. Nuove accuse contro Giuseppe Pagano

Assalti ai furgoni, ma anche rapine in casa sequestrando intere famiglie. Le scorribande di «Bullone» non hanno conosciuto sosta. Ed ora che Vito Di Emidio ha scelto di collaborare, si apre uno squarcio sulla lunga scia di terrore.
Sono almeno due le rapine in casa compiute dalla banda di Bullone. Una è quella di Castrignano dei Greci, dove venne sequestrata la famiglia di un commerciante; l'altra è quella messa a segno a Copertino nell'abitazione di un gioielliere.
Era l'una di notte quando tre rapinatori fecero irruzione nell'abitazione di Emanuele Macrì, commerciante di abbigliamento. I banditi sorpresero l'uomo insieme con la moglie mentre caricavano la merce destinata ai mercati su due camion. Armati fino ai denti e con il volto coperto i rapinatori costrinsero i padroni di casa a consegnare soldi e preziosi, poi s'impossessarono anche dei furgoni. L'autocolonna venne, però, intercetta dai carabinieri di Collepasso: ci fu un terribile conflitto a fuoco e i malviventi rinunciarono ai furgoni. «Dopo l'inseguimento da parte dei carabinieri - racconta Di Emidio - fummo costretti ad abbandonare i furgoni e poi anche l'auto, una Vectra bianca, rubata a Galatina. Fuggendo a piedi arrivai a Copertino e chiesi aiuto a Giuseppe Pagano che avevo conosciuto da qualche mese tramite Fernando D'Aquino, al quale Pagano si rivolgeva per avere armi e mezzi per commettere estorsioni. Giuseppe Pagano mi ospitò nella sua masseria fino alla mattina dopo».
Di Emidio avrebbe poi trovato rifugio in una masseria sulla Copertino-Carmiano, grazie alla complicità di Antonio Tarantini di Monteroni. Durante il soggiorno nei dintorni di Copertino venne compiuta la rapina in casa del gioielliere Valerio Rizzo, sequestrato insieme con la moglie e i figli. E per quella rapina Di Emidio tira in ballo anche Giuseppe Pagano che avrebbe suggerito il colpo:
«Devo aggiungere poi che con Giuseppe Pagano avevo commesso una rapina a Copertino a casa di una persona che vendeva oro nella sua abitazione». Ad agire furono circa sei persone: «Portammo via circa un chilo di oro».
Ieri mattina, intanto, c'è stato un vertice in Procura fra investigatori ed inquirenti. Nel suo ufficio al secondo piano del Palazzo di giustizia il procuratore aggiunto Cataldo Motta ha incontrato il vicequestore vicario Rocco Gerardi e il maggiore Antonio Buccoliero, comandante del Reparto operativo del comando provinciale dell'Arma. E' stato fatto il punto dopo le dichiarazioni fatte da Bullone nel processo per la strage di Copertino. Di Emidio ha svelato che vi era un progetto per uccidere i due testimoni della strage. Ma sia per l'uno che per l'altro, un vigilante di Veglie ed un benzinaio di Galatina, erano già state adottate misure di vigilanza.


Dal Quotidiano di Lecce

Di Emidio Consegna le briciole del tesoro

Vito Di Emidio ha consegnato il bottino, o meglio quello che ne è rimasto visto che la latanza gli costava alcuni milioni di lire al giorno: per dimostrare la sua buona volontà, e per accedere   al programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia (proprio in questi giorni è riunita a Roma la commissione che dovrà decidere sul suo caso e sull'estensione della protezione ai suoi diciassette familiari), l'ex superlatitante ha indicato agli inquirenti della procura, antimafia di Lecce il numero di vari conti correnti bancari, intestati a prestanome, sui quali erano depositate alcune centinaia di milioni di lire. Si tratta in massima parte dei residui del bottino delle circa cento rapine delle quali l'ex boss si è assunto la paternità, e in piccola parte dell'attività di estorsione che a Brindisi veniva gestita a suo nome da alcuni malavitosi i quali poi gli versavano una parte come si fa per le ditte in franchising.

Di Emidio ha spiegato di non essere mai stato miliardario nel senso che il denaro incassato dalle sanguinose scorribande in giro per il Salento veniva in gran parte impegnato per pagare fiancheggiatori e scorta. Una ventina di milioni al mese solo per l'affitto della villetta che ha abitato nel corso degli ultimi mesi della sua latitanza. Dopo le sue dichiarazioni di lunedì scorso in Assise nel processo per l'assalto mortale ai due furgoni della Velialpol (6 dicembre 1999), l'attenzione si sposta sui complici che hanno dato ospitalità a Di Emidio nei suoi 6 anni di latitanza: oltre a quell'Oronzo Campa di Nociglia, che con la moglie Antonietta Gnoni ha fornito un tetto per due anni e mezzo al boss, anche Augustino Potenza a Casarano e Vito Cacciatore a Ruffano.

Ma a sconcertare è soprattutto quel che è emerso ai margini del processo, in particolare dai verbali che contengono le ultimissime dichiarazioni di Vito "Bullone": sarebbe stato lui, con il latitante sardo Marcello Ladu, Pasquale Tanisi, di Ruffano, e Antonio Tarantini, di Monteroni, a incendiare 42 auto tra Gallipoli e Copertino nella notte tra il 23 e 24 febbraio 2000. Per quel fatto sono stati condannati come mandante Giuseppe Pagano e come intermediario verso il gruppo di fuoco Silvio Pagano, entrambi di Copertino ed entrambi accusati di aver reagito in quel modo alla retata antiracket del 14 febbraio precedente in cui erano stati arrestati, tra gli altri, anche i rispettivi fratelli. Nella verità di Di Emidio viene ora fuori che quell'attentato sarebbe stato organizzato da Tarantini per inasprire il clima intorno ai Pagano, con i quali evidentemente non correva buon sangue. «Questo è quello che Di Emidio ha saputo da Tarantini - spiega il procuratore aggiunto Cataldo Motta - ma non è detto che la motivazione di quell'incendio non fosse altra. Non dimentichiamoci che lo stesso Di Emidio, come lui ci dice, è stato anche ospitato da Pagano nella prima fase della latitanza».

E in effetti proprio "Bullone" nel verbale d'interrogatorio poi dice: «Prendo atto della conversazione intercettata in cui Giuseppe Pagano chiede a Silvio Pagano di "trovare qualche ragazzo quella sera per fargli bruciare qualche macchina"; nulla posso dire sull'eventuale collegamento tra tale conversazione e la proposta che ci fu fatta da Antonio Tarantini». Il verbale farà parte degli atti del processo d'appello.

  Indice Giornali Indice Giornali

Indice di Indice Generale