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Dal Corriere della Sera di Giovedì 21 Novembre 2002 - Articolo di Beppe Severgnini - (segnalatoci da Dania)


I diritti dell'infanzia e i soprusi degli adulti

Ieri  era il 20 novembre, giornata mondiale dell'infanzia. E' una festa che mi fa arrabbiare. Perché ai bambini dedichiamo le giornate mondiali, le feste nazionali e le celebrazioni locali. E poi gliene facciamo di tutti i colori.

Provate a leggervi la Dichiarazione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia,  approvata all'unanimità (naturalmente) dai rappresentanti degli Stati di tutto il mondo, il 20 novembre 1989. E' un campionario di buone intenzioni sventolate da cattive coscienze. Un esempio dell'ipocrisia dell'uomo (adulto), che si può riassumere in dieci parole: fa cose che non dice, e dice cose che non fa.

 

Articolo 3: « I Capi di vari Paesi devono proteggere il bambino e fare m modo che abbia ogni cura necessaria al suo benessere».  Andiamolo a dire a quei dirigenti argentini che si sono venduti il Paese: chissà cosa pensano mentre i bimbi muoiono di fame nelle periferie di Buenos Aires.

Art. 34: «Ogni Paese deve disporre di misure adeguate per proteggere i bimbi dallo sfruttamento sessuale». Andiamo a vedere cosa accade nel Sud-est asiatico, con la vergognosa collaborazione di molti turisti occidentali.

Art.36: «Ogni Paese deve proteggere il bambino da ogni forma di sfruttamento». Andiamo a controllare nei sottoscala del subcontinente indiano, e vediamo se applicano lo Statuto del Lavoratori.

 

Ho partecipato ieri a un convegno qui a Milano, a Palazzo Reale, organizzato dalla fondazione Francesca Rava («Diventar grandi nel Terzo Millennio»). Era ospite padre William Wasson, un americano che ha creato case d'accoglienza per ventimila bambini di strada del Centroamerica. Avrà pensato: in Italia certe cose non succedono. E' vero. Ma ne accadono altre. Meno gravi, certamente. Ma molto irritanti.

 

Pensate a come viaggiano, i nostri bambini: incollati ai parabrezza come pupazzi, col papà, che guida a cento all'ora. Gli incidenti sono la prima causa di morte, fino ai quindici anni: ma nessuno sembra ricordarsene. Una volta, fermo a un semaforo di Milano, ho visto un quarantenne al volante, e una bimba di due anni in piedi sul sedile davanti. Ho abbassato il finestrino e ho detto con un gran sorriso: «Mi scusi, è pericoloso...». Il papà mi ha risposto. Ma quello quello che ha detto non si può pubblicare sul Corriere della Sera (neppure quello che io penso di lui, a dire il vero).

 

Pensate alle scuole che frequentano i nostri bambini: ci voleva un terremoto per accorgersi che non sono sicure? E non ci sono solo le catastrofi, ma anche i piccoli soprusi silenziosi. In buona parte del mondo con cui vogliamo confrontarci, le scuole sono dotate di cortili e campi-giochi dove i ragazzi possono sfogarsi. Conosco scuole in Italia dove i cortili sono off-limits: servono per il parcheggio degli insegnanti.

 

Pensate all'affetto riversato sui nostri figli, che in qualche caso rischia di diventare tossico (l'aggettivo è di Gustavo Charmet, psicologo). Al convegno di ieri (condotto da Daria Bignardi) c'era anche l'assessore all'educazione e all'infanzia del Comune di Milano, Bruno Simini (di cui mi dicono bene). Raccontava delle sue visite negli asili e nelle elementari: incontra mamme ché quando si domanda al bambino «Come ti chiami? Quanti anni hai?» rispondono «Filippo, quattro anni» al posto del figlio, il quale osserva la scena con aria rassegnata, e porta in tasca un cartoccio di stagnola con il pasto, perché a casa non si fidano della giornata in cui a scuola si mangia «cibo etnico». Filippo, ovviamente, è candidato a unirsi all'esercito di italiani che resteranno in casa dei genitori fino a trent'anni (sette su dieci,  se interessa).

 

Pensate, infine, a quello che facciamo vedere in televisione ai nostri figli: violenza e volgarità a tutte le ore, in barba ai regolamenti e alle «fasce protette» (16 mila violazioni in un anno, secondo L'Osservatorio per i Minori). Perfino ''Paperissima" (uno degli ultimi rifugi), venerdì è stata interrotta dalla solita pubblicità sbracata del solito calendario.

 

Ai televisivi di mestiere chiedo: divento intollerante, quando scrivo queste cose? Può essere. Ma anche Gesù Cristo perdeva la  pazienza, quando toccavano i bambini. Figuriamoci un giornalista.

di Beppe Severgnini